CULTURA STORIA

Dipinto_di_donne_Gallo-Romane_00

LA DONNA ROMANA VERSO IL MATRIMONIO

L'etimologia della parola "donna" ci avvicina ad una domus (casa) oppure ad una domina (padrona). Una donna-domus ed una donna-domina: sono questi i due tratti prevalenti del profilo della donna Romana.
In entrambi i casi, per la donna Romana - e per la società di Roma in generale - il matrimonio non solo è un passo fondamentale, ma rappresenta per lei il momento in cui, in un certo senso, la sua natura femminile trova una piena ragion d'essere.

Busto_di_matrona_Romana_01

Al matrimonio la donna di Roma pensa come a qualcosa che in ogni caso cambierà la sua vita, anche se nel periodo più antico si tratta semplicemente di passare dal dominio del padre alla potestà del marito. E' quel sentirsi chiamare materfamilias che l'attrae. Uomini di ogni età in cerca di affetti, spesso privati presto della madre (la durata media della vita femminile è di 20-30 anni) sono pronti a trattare il formale acquisto della donna con il padre di lei, a contrarre insomma il primitivo matrimonio.
A Roma un fidanzamento (sponsalia) è una cerimonia abbastanza frequente. Il fidanzato consegna alla donna un pegno per garantire l'adempimento della sua promessa di matrimonio, un anello che la donna infila all'anulare della mano sinistra.
Sembra che tra il dono e quel dito esista una certa relazione. Aulo Gellio afferma che anatomicamente questo è l'unico dito a presentare un sottilissimo nervo che lo collega direttamente con il cuore.

Testa_di_matrona_Romana_01

Un decreto di Augusto assegna un termine agli eterni fidanzamenti e stabilisce severe sanzioni per quei furbi, i quali con continue rotture di fidanzamento eludono le leggi fiscali a carico degli scapoli, emanate per fronteggiare il preoccupante fenomeno della diminuzione delle nascite. Sarà forse un effetto delle leggi augustee, ma sta di fatto che prima del Cristianesimo sono rarissime le testimonianze di donne rimaste nubili.
Una donna romana può essere ceduta dal padre al marito già a 12 anni, laddove i greci non mandano spose le loro fanciulle se non tra i 16 ed i 18 anni. In ogni caso troviamo iscrizioni funerarie che citano fanciulle sposate a 10 ed 11 anni. E' chiaro che il matrimonio tra i Romani è pienamente valido anche se non consumato.
Indossando una lunga e dritta tunica bianca, il capo acconciato con l'elaborata pettinatura dei sex crines, le sei trecce, ed il volto completamente coperto dal flammeum, un velo fiammeggiante, tenuta per mano da due bimbi, mentre un terzo (sono tutti patrimi et matrimi, figli cioè di genitori viventi) la precede agitando una torcia di biancospino, simbolo di fecondità, accesa al suo focolare domestico, la donna romana si presenta allo sposo ed ai numerosi testimoni di nozze, accompagnata dalla pronuba (una donna che deve essere univira, sposata cioè una sola volta), che la dirigerà per tutto il rito matrimoniale, completamente privo della presenza di sacerdoti o rappresentanti della pubblica autorità.
Nella formula più arcaica l'uomo chiede alla donna "se vuole essere la sua materfamilias". il che significa "moglie". E' interessante notare che l'avvenimento che fa accedere una donna al rango di materfamilias non è il parto, ma appunto il matrimonio

Costumi_di_donne_Romane_01

In tutt'altro senso la donna indirizza al futuro sposo la domanda "e tu vuoi essere il mio paterfamilias?". Con ciò desidera che l'uomo diventi per lei, anche giuridicamente, un nuovo padre, alla cui potestà ella con i suoi figli vuole sottomettersi loco filiae, come una figlia. Ma può accadere che il marito sia ancora un filiusfamilias, perchè la patria potestà paterna non cessa, come da noi alla maggiore età, ma dura finchè il padre è in vita. In questo caso la donna che entra nella famiglia del marito è sottoposta alla potestà del suocero.

Donna_Romana_al_gabinetto_con_le_ancelle_01

In ogni caso il paterfamilias, marito o suocero, ha su di lei un potere, manus, che per un'antica legge dei tempi di Romolo comporta almeno in due casi un diritto di vita o di morte: quando la moglie è sorpresa in flagrante adulterio e quando si scopre che ha bevuto vino.
Nel rito matrimoniale più arcaico, chiamato confarreatio, perchè gli sposi consumano insieme una focaccia di farro, simbolo della futura vita comune, l'unione dei due è formalmente sigillata dopo che il marito avrà stretto la mano destra della donna nella sua (dexterarum iunctio), come si fa ancora oggi nel rito cristiano. Dopo il banchetto il corteo nuziale con canti, balli e frasi oscene inneggianti alla procreazione, accompagna la donna fino all'ingresso della casa del marito, il quale attende presso la soglia. Qui il rito prevede che lo sposo chieda alla donna il suo nome. Lei risponde con la celebre frase: Ubi tu Caius ego Caia (se tu ti chiami Caio, io sarò Caia) a significare il passaggio della moglie nella famiglia del marito. A questo punto il marito la solleva per farla entrare in casa. Questo gesto serve a mettersi al riparo dal pessimo presagio di una eventuale caduta della sposa proprio sulla porta di entrata della nuova dimora. Ma per alcuni l'interpretazione è diversa: ad attraversare quella soglia saranno gli altri, ma non la matrona, una donna che da quel momento è la personificazione stessa della domus, si identifica con la sua casa.

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